Dietro i toni di Pechino sull’America ci sono i timori per il made in China

Il declassamento del debito pubblico statunitense deciso nel fine settimana da Standard&Poor’s continua a fornire munizioni alla campagna mediatica cinese contro Washington. Dopo la lezione impartita sabato dall’agenzia di stampa filogovernativa Xinhua – “sono ormai finiti i tempi in cui sperperare a piacere i prestiti illimitati presi all’estero” – ieri è arrivato pure l’attacco del Quotidiano del Popolo, organo ufficiale del Partito comunista cinese, che ha chiesto “un’assunzione di responsabilità” da parte di Stati Uniti ed Europa, e poi ha invitato l’America a trattare più alla pari con i paesi in via di sviluppo.
9 AGO 11
Ultimo aggiornamento: 12:30 | 8 AGO 20
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Il declassamento del debito pubblico statunitense deciso nel fine settimana da Standard&Poor’s continua a fornire munizioni alla campagna mediatica cinese contro Washington. Dopo la lezione impartita sabato dall’agenzia di stampa filogovernativa Xinhua – “sono ormai finiti i tempi in cui sperperare a piacere i prestiti illimitati presi all’estero” – ieri è arrivato pure l’attacco del Quotidiano del Popolo, organo ufficiale del Partito comunista cinese, che ha chiesto “un’assunzione di responsabilità” da parte di Stati Uniti ed Europa, e poi ha invitato l’America a trattare più alla pari con i paesi in via di sviluppo.

Chissà poi cosa diranno a Pechino oggi, quando svegliandosi saranno raggiunti dalla notizia che S&P’s ha deciso di tagliare anche la valutazione di Fannie Mae e Freddie Mac, i colossi dei mutui finiti sotto il controllo di Washington durante la crisi del 2008! Ma come spiegarsi toni tanto polemici e perfino virulenti da parte del colosso asiatico? Finora politici e commentatori dell’ex impero celeste hanno detto esplicitamente di ritenersi in diritto di rampognare pubblicamente l’America, essendo Pechino il principale creditore estero della prima economia del mondo. Eppure, come nota David Cohen su Diplomat, rivista online di cose asiatiche, “il governo cinese ha buone ragioni per preoccuparsi, ma la paura di non vedere rimborsati i titoli di stato in proprio possesso non è tra queste”. Il default di Washington, detto in altre parole, è una formula utile per farci un titolo di giornale, ma resta uno scenario abbastanza irrealistico.
Basti osservare che ieri Moody’s, pur ventilando la possibilità di un declassamento nel 2013 in caso di peggioramento della congiuntura, ha pur sempre confermato la tripla A per il debito statunitense, certificando che la possibilità che questo debito sia ripudiato rimane minima.

Ciò che in realtà Pechino non può tollerare è un rallentamento dell’economia americana, sia esso causato dal disordine delle finanze pubbliche o da qualsiasi altra ragione. L’export cinese ha oggi un valore record di oltre 1.500 miliardi di dollari (era a 1.200 miliardi soltanto nel 2009) e gli Stati Uniti garantiscono circa il 20 per cento di questo flusso. Se in America gli acquisti di prodotti made in China diminuissero, Pechino sarebbe costretta a rivedere le stime di crescita della propria economia, fondata principalmente sull’export. (Al punto che un osservatore politico come Kevin Drum si è chiesto con un po’ d’ironia: “Ma se rispettassimo i consigli dei cinesi e vivessimo nei nostri limiti, poi chi comprerebbe la loro roba?”). Non sono soltanto congetture: il Fondo monetario internazionale, in un report diffuso a fine luglio sul possibile effetto-contagio di uno choc esterno per la crescita statunitense, inserisce la Cina tra i paesi che avrebbero più da perdere in termini di scambi commerciali subito dopo Canada e Messico.

Senza contare che se gli Stati Uniti continuano a indebitarsi (leggi: emettere più Bond del Tesoro), per la Cina diventa più difficile mantenere fisso e sottovalutato il tasso di cambio yuan-dollaro (leggi: acquistare più Bond del Tesoro); d’altronde Pechino non può permettersi uno yuan più forte, visto che anche ciò potrebbe impedire di continuare a esportare a ritmi frenetici. Ma export e sviluppo a tassi elevati significano pure, nella Repubblica popolare, garanzia di consenso sociale. Secondo alcuni analisti, dunque, le critiche un po’ scomposte di Pechino, sarebbero in definitiva una prova di debolezza e preoccupazione per la sorte degli Stati Uniti almeno tanto quanto una prova di nuova forza.